Sal Da Vinci all’Eurovision e l’Italia che fatica ancora ad amare se stessa
Mentre all’Eurovision l’Europa applaude Sal Da Vinci, in Italia c’è ancora chi storce il naso. Ed è forse questo il dettaglio più italiano di tutti.
L’artista napoletano è arrivato a Vienna per rappresentare il Paese all’Eurovision Song Contest 2026 con “Per sempre sì”, brano vincitore del Festival di Sanremo 2026 e già dominatore degli streaming internazionali. Una canzone melodica, intensa, profondamente italiana. Troppo italiana, secondo alcuni.
Perché in Italia funziona spesso così: appena qualcosa profuma troppo di identità nazionale, scatta il sospetto. Se poi quella identità arriva da Napoli, allora il dibattito si accende ancora di più.
Eppure, fuori dai nostri confini, la musica di Sal Da Vinci sembra aver colpito proprio per ciò che qui viene criticato. A Vienna il pubblico internazionale si è lasciato conquistare dalla teatralità mediterranea, dalla melodia romantica e da quella passionalità che il resto del mondo continua ad associare all’Italia con entusiasmo, mentre noi la guardiamo quasi con imbarazzo.
Il ketchup sulla pasta e una lezione di stile tutta italiana
Quando Sal Da Vinci è arrivato a Vienna per rappresentare l’Italia all’Eurovision Song Contest 2026, probabilmente immaginava di dover rispondere a domande sulla sua canzone “Per sempre sì”, sulla vittoria a Festival di Sanremo 2026 o sulle aspettative della competizione musicale più seguita d’Europa. Invece, una delle prime provocazioni ricevute da una giornalista straniera è stata quella più classica e stereotipata possibile: “Si mette il ketchup sulla pasta?”.
Uno stereotipo servito su un piatto d’argento. E anche piuttosto indigesto. Sal Da Vinci, però, ha fatto quello che forse l’Italia dovrebbe imparare a fare più spesso, ha sorriso. Ha risposto con ironia, senza indignarsi, trasformando la provocazione in un momento virale che ha conquistato il web.
In poche ore quel video è diventato simbolico per molti italiani all’estero. Non tanto per la battuta sul ketchup, quanto per il modo in cui è stata affrontata: senza complessi di inferiorità e senza aggressività. Con leggerezza, ma anche con orgoglio.
Perché l’identità italiana non ha bisogno di urlare per farsi notare. Basta esistere.
Le polemiche italiane e il solito vizio di dividerci
Le critiche a Sal Da Vinci erano iniziate già dopo la vittoria a Sanremo. Alcuni avevano definito “Per sempre sì” troppo regionale, troppo neomelodica, inadatta a rappresentare il Paese in Europa.
Poi è arrivata la frase del giornalista Aldo Cazzullo, che aveva paragonato il brano alla “colonna sonora di un matrimonio della camorra”.
Ed è qui che la questione musicale ha smesso di essere soltanto musicale.
Perché criticare una canzone è legittimo, ma associare automaticamente Napoli alla criminalità racconta qualcosa di più profondo: un pregiudizio duro a morire, che in Italia riaffiora continuamente sotto forme diverse.
È il vecchio riflesso condizionato di un Paese che spesso guarda al Sud come a un problema da spiegare, più che come a una parte fondamentale della propria identità culturale.
L’Italia unita… ma solo sulla carta
Dietro tutta questa storia si nasconde forse una domanda ancora più scomoda: perché l’Italia, dopo oltre 160 anni di unità nazionale, continua a sentirsi così divisa?
Nord contro Sud. Cultura alta contro cultura popolare. Tradizione contro modernità.
Come se fossimo ancora incapaci di riconoscerci davvero gli uni negli altri.
In altri Paesi gli artisti che rappresentano la nazione all’estero vengono sostenuti anche da chi magari non ne ama lo stile. In Italia, invece, il primo sport nazionale sembra essere prendere le distanze. Criticare. Smontare. Specificare con “non ci rappresenta”.
Eppure il mondo ama l’Italia proprio per ciò che noi spesso tentiamo di nascondere: gli accenti, le differenze regionali, il calore emotivo, le canzoni cantate con il cuore invece che con il manuale del marketing internazionale.
L’Italia non è forte quando cerca di sembrare uguale agli altri. L’Italia è forte quando resta riconoscibile, con tutte le differenze e le sfumature delle diverse regioni.
Vienna applaude, gli italiani discutono
Mentre l’Eurovision Song Contest 2026 celebra i suoi 70 anni trasformando Vienna nel centro del pop mondiale, il rappresentante italiano continua a raccogliere consenso internazionale soprattutto sul web. Fan arrivati da Australia, Canada, Brasile e Giappone cantano “Per sempre sì”, mentre le comunità italiane all’estero vivono questa partecipazione quasi come un fatto identitario.
Per molti emigrati italiani, infatti, l’Eurovision non è soltanto musica. È un modo per sentirsi ancora legati alla propria lingua, alle proprie radici, a quella nostalgia che nessuna distanza riesce davvero a cancellare.
Ed è forse questo il dettaglio più significativo dell’intera vicenda, cioè che spesso sono gli italiani lontani dall’Italia a ricordarci quanto sia bello essere italiani.
Qui, invece, sembriamo averlo dimenticato. Forse perché ci siamo abituati talmente tanto alle nostre meraviglie da non riconoscerle più. O forse perché continuiamo a guardarci con gli occhi dei nostri pregiudizi invece che con quelli del mondo.
Intanto, tra una battuta sul ketchup e una standing ovation internazionale, Sal Da Vinci sta riuscendo in qualcosa che va oltre la musica, ricordare agli italiani che la nostra identità culturale non è qualcosa di cui vergognarsi, ma è esattamente ciò che il mondo continua ad amare di noi.
Manuela Bottiglieri
