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Poliziotti infedeli e dati segreti in vendita

Dati venduti per pochi euro, è l’inchiesta che scuote Napoli. Nel mirino ci sono poliziotti, impiegati pubblici e banche dati dello Stato.

Un accesso abusivo poteva costare appena sei euro. Per ottenere informazioni più dettagliate il prezzo saliva fino a 25 euro. Una cifra irrisoria rispetto al valore dei dati sottratti illegalmente dalle banche dati pubbliche italiane. È questo uno degli aspetti più inquietanti dell’inchiesta coordinata dalla Procura di Napoli che ha portato all’arresto di 30 persone accusate, a vario titolo, di aver creato una rete clandestina di vendita di informazioni sensibili riguardanti cittadini comuni, imprenditori, professionisti, ma anche cantanti e calciatori famosi.
L’operazione, eseguita dalla Polizia di Stato in diverse città italiane tra Napoli, Roma, Ferrara, Bolzano e Belluno, apre uno scenario allarmante sul tema della sicurezza digitale e sulla vulnerabilità dei sistemi informatici della pubblica amministrazione.

Un mercato nero dei dati nascosto dentro gli uffici pubblici

Secondo gli investigatori, il sistema funzionava come una vera organizzazione strutturata. Alcuni agenti di polizia, insieme a dipendenti infedeli di enti pubblici, avrebbero effettuato accessi illegali alle piattaforme riservate di ministeri e istituzioni statali per recuperare informazioni personali da rivendere successivamente ad agenzie investigative private.
Nel mirino degli indagati sarebbero finite banche dati strategiche come quelle dell’Inps, dell’Agenzia delle Entrate e del Ministero dell’Interno. Tra gli arrestati figurerebbero anche dipendenti pubblici e due direttori di uffici postali.
L’aspetto più delicato dell’inchiesta riguarda però la quantità di dati consultati. Gli investigatori parlano infatti di circa un milione e mezzo di accessi abusivi. Numeri enormi che fanno ipotizzare un’attività sistematica e prolungata nel tempo.

Informazioni usate per cause civili, controlli privati e possibili ricatti

Gli inquirenti stanno cercando di chiarire chi fossero tutti i destinatari finali delle informazioni trafugate. Le ipotesi investigative parlano di utilizzi molto diversi tra loro. Alcuni dati sarebbero stati richiesti per ottenere vantaggi in cause civili, separazioni o controversie economiche. In altri casi le informazioni avrebbero potuto essere sfruttate come strumenti di pressione o ricatto.
La Procura ritiene che almeno dieci società abbiano acquistato illegalmente questi dati. Durante le perquisizioni sarebbe stato sequestrato anche un server contenente circa un milione di informazioni archiviate. L’indagine sarebbe partita da una segnalazione dell’Inps, insospettita da anomalie nei sistemi di accesso alle piattaforme interne. Da quel momento gli investigatori della Squadra Mobile di Napoli avrebbero ricostruito una rete che operava tra pubblico e privato, sfruttando credenziali istituzionali e autorizzazioni riservate.

Cantanti e calciatori tra le vittime dell’inchiesta

Tra le persone finite inconsapevolmente nei database illegali ci sarebbero anche personaggi noti del mondo dello spettacolo e dello sport. Gli investigatori mantengono il massimo riserbo sui nomi coinvolti, ma l’ipotesi che informazioni sensibili su vip possano essere finite sul mercato nero digitale alimenta nuove preoccupazioni sul controllo dei dati personali in Italia.
Il caso riporta al centro del dibattito nazionale il tema della privacy e della sicurezza informatica nelle pubbliche amministrazioni. L’accesso a dati fiscali, previdenziali o anagrafici rappresenta infatti uno degli strumenti più delicati in possesso dello Stato. Se utilizzato illegalmente può trasformarsi in un’arma estremamente pericolosa.

Le misure cautelari e il ruolo della Procura di Napoli

Il provvedimento cautelare emesso dalla magistratura prevede quattro arresti in carcere, sei ai domiciliari e numerosi obblighi di firma. Tra questi figurerebbero anche diversi ex poliziotti ormai in pensione. L’inchiesta coordinata dalla Procura di Napoli punta ora ad accertare l’intera filiera del presunto traffico di informazioni riservate, individuando sia i canali di acquisizione sia quelli della successiva distribuzione dei dati.
La vicenda rischia di diventare uno dei più grandi scandali italiani legati all’uso illecito delle banche dati pubbliche, mostrando quanto possa essere fragile il confine tra sicurezza istituzionale e abuso di potere nell’era digitale.

Manuela Bottiglieri

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