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Auto, la crisi dipende dal portafoglio

L’effetto transizione ecologica, così come l’innovazione tecnologica che ne consegue, incidono meno di quello che si pensi sulla crisi dell’automotive. A mettere in crisi il settore è il basso potere di acquisto degli italiani o, se volete, l’alto costo delle vetture. Ma cosa cambia?

Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Piazzali pieni, sempre meno le bisarche cariche di autovetture che si vedono in giro, nuovi competitor che rosicchiano fette di mercato. Mediamente, in Italia, sono necessari 11 mesi stipendio per comprarsi un’auto. Immaginate, quasi un anno di stipendio per comprarsi l’auto nuovo. Una spinta verso l’alto da record. Appena nell’anno duemila, di mensilità ne occorrevano solo cinque.

L’anno di svolta, in negativo, è stato il 2013. Da allora il prezzo medio delle automobili è aumentato del 52%, mentre il reddito delle famiglie è cresciuto solo del 29%. Una differenza che alla fine scoraggia e porta non meno del 60% degli italiani a rinunciare o a rinviare l’acquisto.

Bain&Company ha fatto i conti per Aniasa, l’associazione che raggruppa le società di noleggio. L’altro elemento che è emerso è che il parco di veicoli in Italia è uno dei più vecchi in Europa. Con un’età media che supera i 13 anni di vita. Persino il mercato dell’usato, in crisi anche esso, va meglio di quello del nuovo.

L’auto simbolo della mobilità nazionale, la Fiat Panda, costava nella versione basica venti anni fa costava 7.950 euro, nel 2020 già 11.550 euro, nel 2026 (la Pandina Pop) addirittura 15.950. In sei anni oltre quattro mila euro in più.

Contano l’inflazione, l’aumento dei costi industriali. Ma pure l’obbligo di aggiungere alle auto la tecnologia resa obbligatoria dall’Europa ha le sue responsabilità nella crisi. Lo hanno capito bene i concorrenti cinesi, ormai imbattibili sul campo della transizione all’elettrico.

È riuscita grazie ai vantaggi sulle batterie, a un sistema industriale più integrato, ai costi più bassi e ai contributi dello Stato a macinare risultati e fatturati impensabili fino a poco tempo fa. Il muro dei dazi, sulle elettriche fino al 45,3, non è servito. A Bruxelles si pensa di estenderlo alle ibride plug-in, anche perché una su tre di quelle vendute nella Ue è cinese. A Pechino, però, si stanno già attrezzando per venire a produrre in Europa.

 

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