Dal carcere al caffè, “Un chicco di speranza”
A volte il futuro può cominciare da un gesto semplice, quotidiano, come preparare un caffè. Altre volte da un chicco piantato nella terra, coltivato con pazienza e cura. È da questa idea che prende forma “Un chicco di speranza”, il progetto avviato nel carcere di Secondigliano, a Napoli, che punta al reinserimento sociale e lavorativo di dieci detenuti, trasformando il tempo trascorso dentro come un’opportunità concreta di cambiamento.
Quando la formazione apre nuove strade
L’iniziativa nasce dalla collaborazione tra Kimbo, storica azienda simbolo del caffè napoletano, il penitenziario di Secondigliano e la Diocesi di Napoli. Con il supporto della magistratura di sorveglianza e il via libera del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. Un’alleanza che mette insieme impresa, istituzioni e Chiesa, con un obiettivo chiaro: offrire competenze reali e restituire dignità attraverso il lavoro. Il progetto si sviluppa su più direttrici, a partire dalla formazione professionale. I detenuti coinvolti potranno acquisire competenze come baristi e come manutentori tecnici di macchine da caffè, figure molto richieste nel settore Ho.Re.Ca. acronimo di Hotellery, Restaurant, Catering. All’interno dell’istituto sarà allestito un magazzino per la riparazione e per la rigenerazione delle macchine Kimbo. Mentre per chi è in semilibertà è prevista anche la possibilità di occuparsi del ritiro e della riconsegna presso i bar cittadini.
Coltivare il caffè per coltivare il futuro
Accanto alla formazione tecnica, il progetto guarda anche alla terra e all’agricoltura. All’interno del carcere sarà, infatti, realizzata una piccola piantagione di caffè su un’area di 10 mila metri quadrati. Un’idea tanto simbolica quanto concreta, che vede il coinvolgimento del Dipartimento di Agraria dell’Università Federico II di Napoli, impegnato a individuare la varietà di pianta più adatta alle caratteristiche del terreno e alle sue potenzialità organolettiche. L’obiettivo è ambizioso: sperimentare un percorso che possa portare, un giorno, alla nascita del primo “caffè di Secondigliano”, frutto di un lavoro condiviso e di un’esperienza di riscatto.
Manuela Bottiglieri
