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Cinghiali in Irpinia, 62 abbattuti: la verità che nessuno dice

In Irpinia 62 cinghiali catturati e abbattuti in due mesi. Da Ariano Irpino al resto d’Italia, l’emergenza fauna selvatica apre una riflessione sul rapporto tra uomo, ambiente ed ecosistemi. Davvero il problema sono gli animali selvatici o è l’uomo che li ha costretti ad un cambio di abitudini?

Emergenza cinghiali in Irpinia: numeri in crescita e nuove misure di contenimento

L’Irpinia si trova ancora una volta a fare i conti con l’emergenza cinghiali. Negli ultimi due mesi sono stati catturati e abbattuti 62 esemplari nell’ambito del piano straordinario di controllo attuato dall’Azienda Sanitaria Locale di Avellino per limitare la presenza degli ungulati nelle aree abitate e ridurre i rischi per la popolazione.

Il dato più significativo riguarda il comune di Ariano Irpino, dove si concentra la maggior parte degli interventi. Ben 52 cinghiali sono stati catturati e abbattuti dal mese di aprile. Altri dieci esemplari sono stati invece rimossi nelle aree periurbane di Villanova del Battista.

Per fronteggiare la situazione, l’Asl di Avellino ha installato nuove attrezzature per la teleanestesia e l’eutanasia controllata, oltre a quattro sistemi di cattura denominati Pig Brig, strutture circolari realizzate con reti di nylon e monitorate attraverso videocamere collegate a un sistema di controllo remoto.

L’obiettivo dichiarato è quello di garantire la sicurezza pubblica, ridurre il rischio di incidenti stradali e limitare i danni alle coltivazioni agricole provocati dalla crescente presenza degli animali.

Un problema che riguarda tutta Italia

Quello irpino non è però un caso isolato. Da anni la presenza dei cinghiali rappresenta una delle principali emergenze legate alla fauna selvatica in Italia.

Dalle campagne della Toscana alle periferie di Roma, passando per la Liguria, l’Emilia-Romagna, il Piemonte e la Campania, gli avvistamenti sono ormai quotidiani. In molte città gli animali si spingono fino ai quartieri urbani, rovistando nei cassonetti, attraversando strade trafficate e frequentando parchi pubblici.

A Roma le immagini di famiglie di cinghiali nei pressi di scuole, supermercati e fermate degli autobus hanno fatto il giro del web. In Liguria e Toscana gli agricoltori denunciano da anni danni milionari alle colture. In diverse regioni si moltiplicano inoltre gli incidenti stradali causati dall’attraversamento improvviso degli ungulati.

Secondo le stime più diffuse, in Italia sarebbero presenti oltre 2,3 milioni di cinghiali, un numero cresciuto in maniera esponenziale negli ultimi decenni. A preoccupare non sono soltanto i danni economici e i rischi per la circolazione, ma anche la diffusione della Peste Suina Africana, malattia che non colpisce l’uomo ma che rappresenta una grave minaccia per gli allevamenti suinicoli.

Il cinghiale è davvero il problema?

Di fronte a questi numeri, la risposta delle istituzioni si concentra quasi sempre sugli abbattimenti selettivi. Una soluzione che affronta l’emergenza nell’immediato ma che rischia di non intervenire sulle cause profonde del fenomeno.

La domanda che molti ecologisti e studiosi si pongono è semplice: il cinghiale è davvero il problema oppure è soltanto il sintomo di un ecosistema alterato? Negli ultimi decenni l’uomo ha trasformato profondamente il territorio. 

Boschi frammentati, urbanizzazione crescente, consumo di suolo, eliminazione dei corridoi ecologici e progressiva scomparsa dei grandi predatori hanno modificato gli equilibri naturali che per millenni hanno regolato la presenza delle specie selvatiche.

Quando una catena alimentare viene spezzata, la natura tende inevitabilmente a reagire. Se vengono meno i predatori naturali, alcune popolazioni animali aumentano fino a diventare difficili da gestire.

L’assenza dei predatori e gli squilibri dell’ecosistema

Per secoli specie come il lupo hanno svolto un ruolo fondamentale nel controllo delle popolazioni di ungulati, cioè mammiferi come i cinghiali. La persecuzione sistematica di molti predatori, spesso considerati nemici dell’uomo o degli allevamenti, ha contribuito a modificare profondamente gli equilibri naturali.

Oggi il ritorno del lupo in alcune aree italiane sta mostrando come la presenza di un predatore possa contribuire a ristabilire dinamiche ecologiche più equilibrate. Tuttavia il fenomeno è complesso e richiede strategie di gestione condivise con agricoltori, allevatori e comunità locali.

Alcuni esperti suggeriscono inoltre di investire maggiormente nella prevenzione, attraverso sistemi di sterilizzazione, controllo della fertilità, protezione delle colture e una pianificazione territoriale più attenta. L’idea di utilizzare mangimi contenenti contraccettivi, già sperimentata in alcuni Paesi, continua ad alimentare il dibattito tra sostenitori e critici, anche se la sua applicazione su larga scala presenta ancora numerose difficoltà tecniche e normative.

L’uomo, il vero predatore dell’ecosistema

La questione dei cinghiali apre una riflessione più ampia sul rapporto tra uomo e natura.

Ogni volta che una specie diventa “troppo numerosa”, spesso si tende a considerarla un problema da eliminare. Eppure, nella maggior parte dei casi, quella crescita è la conseguenza diretta di interventi umani che hanno alterato gli equilibri originari.

Dalla deforestazione alla cementificazione, dall’inquinamento all’introduzione di specie non autoctone, fino alla distruzione degli habitat naturali, l’uomo continua a modificare gli ecosistemi a una velocità senza precedenti. Paradossalmente, l’animale che più di ogni altro incide sulla biodiversità del pianeta non è il cinghiale, il lupo o l’orso, ma l’essere umano stesso.

Gli ungulati che oggi invadono campagne e periferie non sono soltanto un’emergenza da gestire, ma  rappresentano anche il segnale evidente di un equilibrio naturale che si è incrinato.

A ciò si aggiunge un’altra responsabilità spesso sottovalutata: la cattiva gestione dei rifiuti urbani. Cassonetti aperti, sacchetti abbandonati e discariche illegali trasformano le città in enormi punti di alimentazione per la fauna selvatica, contribuendo ad attirare cinghiali, gabbiani, roditori e altre specie che finiscono per adattarsi agli ambienti urbani.

Oltre gli abbattimenti: serve una visione a lungo termine

La sicurezza dei cittadini e la tutela delle attività agricole restano priorità imprescindibili. Tuttavia, limitarsi agli abbattimenti rischia di trasformare una soluzione temporanea in un intervento permanente. L’emergenza cinghiali in Irpinia, come nel resto d’Italia, dovrebbe spingere istituzioni, scienziati e cittadini a interrogarsi sulle cause profonde del fenomeno. Perché la vera sfida non è soltanto ridurre il numero degli animali presenti sul territorio, ma ricostruire quell’equilibrio tra uomo e natura che negli ultimi decenni è stato progressivamente compromesso.

In fondo, ogni emergenza ambientale racconta la stessa storia: quando l’uomo interrompe i meccanismi della natura, la natura prima o poi presenta il conto.

Manuela Bottiglieri

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