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Quando i camorristi provarono a fregare i narcos sudamericani

Nelle complesse indagini della Direzione distrettuale antimafia di Roma, estese alle province dell’Aquila, Reggio Calabria e Catania c’è anche una storia napoletana. Decine di persone sono state fermate dai carabinieri accusate di appartenere a un’associazione per delinquere dedita al traffico di cocaina tra il Sud America e l’Italia.

I camorristi di Napoli, inscenando un finto blitz delle forze dell’ordine riuscirono ad appropriarsi di un quantitativo di droga da 300 mila euro. Dieci chilogrammi di cocaina appena consegnati dai colombiani al cartello ecuadoriano dei Los Choneros, non proprio personcine tranquille.

Si tratta di una delle organizzazioni criminali del narcotraffico più potenti e pericolose dell’Ecuador. Nati negli anni ’90 a Manabí, sono alleati con cartelli internazionali come quello messicano di Sinaloa e con la mafia balcanica. Oltre al traffico di cocaina, gestiscono estorsioni e omicidi.

Ovviamente, una volta scoperta la truffa i narcos non se ne sono stati con le mani in mano e, per recuperare il carico, sono stati attivato i canali diplomatico-criminali, organizzando persino un summit in una località segreta della Campania per dirimere la questione, che in un modo o in un altro si risolse senza spargimenti di sangue.

Visto che i narcos avevano pronto anche un piano B. Infatti, per riavere quanto era di loro proprietà, avevano già pianificato rapimenti, preso in affitto appartamenti in cui rinchiudere le vittime, acquistato mezzi di persuasione per gli interrogatori come mazze da baseball e armi da fuoco.

Significativa del modo di operare dell’organizzazione la scoperta, da parte dei carabinieri, di un laboratorio adibito a raffineria clandestina nelle campagne di Sant’Agata del Bianco, in provincia di Reggio Calabria, dove sono stati rinvenuti oltre 500 chilogrammi di miscele destinate ad essere aggiunte alla droga per moltiplicare i profitti.

Per quanto riguarda l’indagine romana, sono emerso quattro figure fondamentali nell’organizzazione. Un broker internazionale di origini dominicane, responsabile della logistica e della gestione dei flussi finanziari illeciti. Il Presidente, che si occupava dei rapporti interni al Sud America e con la Spagna. Un broker romano era invece la figura di raccordo e principale distributore per il mercato del litorale nord laziale e del centro Italia, capace di piazzare la droga a una fitta rete di intermediari e grossisti. Il Calabrese, che procurava i veicoli dotati di vani occulti per il trasporto della droga.

I vertici discutevano apertamente delle fluttuazioni di mercato: la cocaina veniva acquistata all’ingrosso a circa 16 mila -17 mila euro al chilo, per essere rivenduta a 21mila – 24mila euro. Il ricarico sui prezzi veniva indicato con il termine convenzionale di punti. Ad esempio 7 punti equivalevano a 7 mila euro di margine. I nomi in codice erano Rosalia per la cocaina rosa, Biancaneve per la cocaina classica.

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