Acqua potabile, l’Italia a rischio sanzioni Ue
Se l’Italia non si adegua, rischia sanzioni economiche e il deferimento alla Corte di Giustizia dell’Unione europea. Per la Commissione Ue, infatti, la direttiva 2020/2184 sulle acque potabili non è stata recepita correttamente. L’allarme arriva dall’avvocato napoletano Maurizio Montalto, esperto in diritto e gestione dell’ambiente. “Il fenomeno è particolarmente evidente nel Mezzogiorno, dove la cosiddetta Rete Sud sta accelerando i processi di integrazione tra gestori, fagocitando persino la gestione pubblica partenopea”.
Le cause
Alla base del disallineamento c’è un progressivo indebolimento della sovranità idrica che, negli ultimi trent’anni, ha orientato la normativa più verso logiche di mercato che verso la garanzia di acqua di qualità e accessibile, soprattutto per le fasce più vulnerabili. Un processo che si avvia alla conclusione: le gestioni pubbliche e in economia, ancora centrate sui diritti dei cittadini, rappresentano oggi solo il 10% del totale e v’è un’enorme pressione per azzerarle. Il resto è affidato da lungo tempo a grandi operatori, multinazionali e fondi di investimento. “Il disastro che hanno prodotto è sotto ai nostri occhi sottoline Montalto -. Le dispersioni superano stabilmente oltre il 40% e non v’è traccia d’un inversione di tendenza, nonostante le spese per gli investimenti aumentino ogni anno. Sono questi soggetti a spingere verso aggregazioni e modelli centralizzati, coerenti con assetti industriali su cui il controllo pubblico risulta marginale”. Una dinamica che influenza le scelte legislative e regolatorie, delineando una sorta di Governo parallelo e tendenzialmente autonomo del servizio idrico. Un problema pure in termini di sicurezza nazionale.
Il monito di Bruxelles
Dal canto suo, Bruxelles ha acceso un faro sul decreto legislativo 18/2023 – adottato fuori termine, dopo un periodo di riflessione durato due anni e tre governi – evidenziando gravi carenze. “La limitazione della portata della valutazione del rischio dei sistemi di distribuzione domestici, il rinvio di determinati obblighi, la mancanza dell’obbligo di informare le persone vulnerabili sulle modalità di accesso all’acqua potabile, la limitazione delle deroghe solo a circostanze debitamente giustificate e al periodo più breve possibile, nonché la mancanza di un valore guida per gestire la presenza di metaboliti non rilevanti dei pesticidi nell’acqua potabile”. Questo il monito europeo. “Sul fronte interno, il governo ha preferito concentrare gli sforzi sul riordino dei servizi pubblici locali di rilevanza economica, vedi d.lgs. 201/2022 – precisa l’avvocato -, riaprendo un capitolo già chiuso dal referendum del 2011 e dalla successiva sentenza della Corte costituzionale numero 199/2012, che aveva stoppato un analogo tentativo di restaurazione. A livello locale, al di là della narrazione pubblica, spesso orientata a contenere le iniziative dei movimenti popolari, le politiche dell’acqua seguono la medesima traiettoria: le Regioni non si impegnano per dar seguito alla direttiva sulle acque potabili, distratte come sono dalle dinamiche del mercato.
Le differenze territoriali
Al Nord, tra Liguria e Valle d’Aosta, la multinazionale Acea, controllata dalla francese Suez Italia/Veolia, avanza progressivamente sul territorio, acquisendo gestioni e favorendo processi di aggregazione, che rischiano di concentrare il controllo totale della risorsa, a ridosso di un’area – quella francese – già segnata da criticità idriche. In Piemonte, invece, la Regione ha tentato di ridimensionare l’applicazione delle norme europee a tutela del deflusso minimo vitale dei fiumi sacrificando i diritti umani e quelli della natura a tutto vantaggio delle economie industriali. Ma vi ha posto rimedio la Consulta. Nel Mezzogiorno, e in particolare in Campania, il quadro non è meno complesso. La Regione rivendica l’avvio di una gestione pubblica delle fonti idriche, ma nei fatti si è limitata a revocare un procedimento di privatizzazione già censurato dalla Corte dei Conti. Per adesso la partita si è chiusa con un punto a favorevole di Acquacampania S.p.a., società controllata dai Fondi d’investimento americani (Black Rock), che aveva impugnato l’atto. La conclusione è che la gestione delle fonti in Campania rimane nelle mani private. Questo il quadro delineato da Montalto nei suoi studi. “Nella stessa regione resta aperta la partita napoletana: il sindaco del capoluogo ha chiesto il sostegno della Regione per portare alla riprivatizzazione un servizio idrico che rappresenta, ad oggi, un unicum nazionale per essere stato affidato a un’Azienda speciale – conclude Maurizio Montalto -. Nel frattempo, da Bruxelles il segnale resta inequivocabile: senza un adeguamento rapido e sostanziale alla direttiva europea, per l’Italia si profila una nuova procedura d’infrazione, con conseguenze economiche e reputazionali difficilmente evitabili”.
