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Per Jorit i muri sono come ferite aperte

Quando l’arte diventa amore, rabbia e denuncia sociale non è solo un murale. È una presa di posizione, un atto politico nel senso più profondo del termine, quello che chiama in causa l’etica collettiva. Con “Figlio dell’Uomo”, la nuova opera comparsa sulle pareti esterne della chiesa del Gesù Divino Maestro a Quarto, in provincia di Napoli. Jorit torna a usare la street art come strumento di riflessione sociale, riportando al centro del dibattito pubblico temi che spesso restano ai margini: guerra, oppressione, responsabilità morale. La street art di Jorit racconta storie di dolore, orgoglio, rabbia e appartenenza. Storie che nascono nelle periferie e tornano al centro, costringendo tutti a guardare. Con la nuova opera, l’artista napoletano riafferma con forza la sua cifra: l’arte come gesto d’amore radicale verso il territorio e, allo stesso tempo, come sfogo sociale e denuncia morale. Il Cristo dipinto sulla facciata della chiesa Gesù Divino Maestro non salva e non consola. Guarda. Soffre. Accusa. Sul capo porta una kefiah, simbolo della causa palestinese, mentre nell’iride sinistra si riflette Guernica di Picasso, icona universale dell’orrore della guerra contro i civili. Un’immagine che attraversa la religione e la politica per arrivare dritta alla coscienza collettiva. Per Jorit, Cristo torna a essere uomo tra gli uomini, corpo ferito che incarna il dolore degli oppressi di ogni tempo.

Le periferie come voce

Non è una provocazione fine a se stessa. È coerenza. Perché il percorso artistico di Jorit è da sempre intrecciato alle ferite del suo territorio. Dai volti monumentali dipinti a San Giovanni a Teduccio, come quello di San Gennaro trasformato in simbolo popolare e identitario, fino al murale di Diego Armando Maradona, icona sacra e profana insieme, l’artista ha riscritto l’immaginario napoletano partendo dai quartieri più marginalizzati. A Ponticelli, a Scampia, al Rione Traiano, i suoi murales dedicati a figure come Che Guevara, Angela Davis, George Floyd o Pier Paolo Pasolini non sono semplici omaggi, ma dichiarazioni di posizione. Ogni volto porta i segni tribali che richiamano l’idea di appartenenza a una stessa umanità, a un’unica lotta. È un linguaggio diretto, senza filtri, che parla di diritti negati, di oppressione, di riscatto.

Dividere per risvegliare le coscienze

Le periferie, spesso raccontate solo come luoghi di degrado, diventano così spazi di resistenza culturale. I muri si trasformano in pagine di un racconto collettivo che parla di Napoli, della Campania, ma anche del mondo. È qui che la street art di Jorit diventa strumento di riqualificazione autentica: non decorazione urbana, ma riappropriazione simbolica dei luoghi. “Figlio dell’Uomo” si inserisce in questo solco con una forza forse ancora più dirompente. Perché porta una guerra lontana dentro un contesto quotidiano, la lega alle sofferenze di chi vive ai margini, e la restituisce come questione etica universale. Non si tratta solo di Palestina, ma di ogni popolo schiacciato dalla violenza, di ogni periferia dimenticata, di ogni voce che non trova spazio nei palazzi della politica. L’arte di Jorit nasce dalla strada e alla strada torna. È rabbia, compassione, identità. È un grido che non chiede permesso. E forse è proprio per questo che divide, disturba, fa discutere. Ma nelle periferie campane, dove il silenzio è spesso la forma più crudele di abbandono, quei muri che parlano sono diventati una forma di cura.

Manuela Bottiglieri