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Inceneritore di Acerra, si fa abbastanza per tutelare la salute pubblica?

Un impianto a norma, ma anche un sistema in affanno. La prima relazione annuale dell’Osservatorio Regionale sul termovalorizzatore di Acerra mette nero su bianco una fotografia complessa, fatta di dati tecnicamente conformi alle norme ma di criticità strutturali, che chiamano in causa le scelte politiche, la gestione dei rifiuti e la tutela della salute pubblica. Lo studio, frutto di oltre un anno di lavoro dell’Osservatorio – organismo indipendente istituito dalla Regione Campania e composto da Arpac, Asl, rappresentanti istituzionali e associazioni ambientaliste – conferma che le emissioni dell’inceneritore rientrano nei limiti di legge. Un dato che, tuttavia, non basta a dissipare le preoccupazioni. La relazione ribadisce infatti un principio già sancito dalle normative europee e nazionali: l’incenerimento deve restare una pratica residuale. Anche quando l’impianto funziona in condizioni ottimali, produce inevitabilmente emissioni inquinanti che impongono un approccio prudente, soprattutto in un territorio come quello acerrano, caratterizzato da fragilità ambientali e geomorfologiche.

Il paradosso dei rifiuti bruciati

Uno dei dati più significativi riguarda la composizione dei rifiuti conferiti all’impianto: circa il 70% è costituito da plastica, carta, cartone e tessili, materiali che, se correttamente intercettati a monte, potrebbero essere avviati al riciclo. Una quota rilevante proviene dall’ATO Napoli 1, area in cui la raccolta differenziata resta nettamente al di sotto della media regionale. Dal 2015 al 2024, sottolinea l’Osservatorio, sono state incenerite quantità significative di materiali potenzialmente riciclabili. Un dato che evidenzia una distorsione del sistema: all’inceneritore finiscono non solo gli scarti del trattamento, ma anche frazioni primarie che la gerarchia europea dei rifiuti considera prioritarie per il recupero di materia. La Campania è ancora distante dal traguardo minimo del 65% di raccolta differenziata. Nel 2024 sono 210 i comuni che non raggiungono questa soglia, con 33 fermi sotto il 45%. Tra i grandi centri in ritardo figurano Napoli e numerosi comuni dell’area metropolitana e del Casertano. Il nuovo Piano Regionale per la Gestione dei Rifiuti Urbani punta a un obiettivo ambizioso: superare il 70% di raccolta differenziata entro il 2030. Un risultato considerato indispensabile per allineare la Campania agli standard europei, ridurre il ricorso all’incenerimento e, di conseguenza, abbattere i carichi inquinanti prodotti dalla combustione.

Conseguenza delle emissioni su un territorio fragile

La relazione solleva un nodo cruciale: i limiti emissivi sono espressi in termini relativi e non tengono conto della quantità complessiva di gas emessi né delle specificità del territorio. Acerra figura tra i comuni campani con le più alte emissioni di metalli pesanti come cadmio, mercurio e arsenico secondo l’Inventario Regionale delle Emissioni. Da qui la richiesta di aggiornare gli studi sulla dispersione degli inquinanti, fermi al 2016, alla luce delle nuove autorizzazioni ambientali e delle più recenti direttive europee sulla qualità dell’aria, includendo anche sostanze come diossine e furani. Tra le raccomandazioni dell’Osservatorio emerge con forza il tema della trasparenza. I dati sulle emissioni esistono, ma risultano poco accessibili ai cittadini. La proposta è quella di rendere pubblici i report annuali di monitoraggio e di diffondere i dati periodici attraverso piattaforme online e pannelli informativi installati nei comuni di Acerra e San Felice a Cancello. Parallelamente, viene chiesto un potenziamento delle strutture Arpac, oggi penalizzate da carenze di personale e risorse, e l’avvio di una campagna pluriennale di speciazione chimica delle polveri sottili per comprendere meglio la natura degli inquinanti presenti nell’aria.

Al centro di ogni studio o dibattito, la salute pubblica

Il capitolo finale riguarda la salute dei cittadini. L’Osservatorio propone di ampliare gli screening oncologici, rafforzare le campagne di prevenzione e istituire un organismo scientifico-sanitario indipendente che analizzi il possibile effetto cumulativo degli inquinanti sull’incidenza delle malattie. La relazione, accolta positivamente dalle associazioni ambientaliste, viene indicata come una base di partenza per un’azione politica più incisiva. La richiesta è chiara: serve un piano regionale dedicato ai comuni “non ancora ricicloni”, una regia forte e una task force capace di supportare le amministrazioni locali. Perché i numeri, al di là della conformità normativa, raccontano una verità difficile da ignorare: ridurre l’incenerimento non è solo una questione tecnica, ma una scelta strategica che incide sull’ambiente, sulla salute e sul futuro del territorio.

Manuela Bottiglieri